10 giugno 2010

Lavorare stanca!

Un antico mito assiro, riportato anche dal ceco Jan Patocka nei suoi "Saggi eretici sulla filosofia della storia", vuole gli uomini creati dagli dei del Cielo, da membra di semi-dei, per un fine alquanto bizzarro, eppure comprensibilissimo: far loro sbrigare le faccende più faticose, le quali, s'intuisce, in origine gravavano dunque sulle spalle degli esseri celesti.
Nell'inesorabile avvicendarsi storico di "sfruttatori" e "sfruttati", tale mito ha subito continue rielaborazioni, sempre e comunque a vantaggio di despoti e potenti spesso autoproclamatisi "delegati divini in terra"...
Esiste quindi uno sterminato corollario di leggende (tutte più o meno simili...), che dipingendo la fatica come una condanna a tempo indeterminato e/o la perdita dell'originaria felicità, rende l'idea di quanto il lavoro sia da sempre inviso dall'uomo.

E' tema ricorrente la caduta dell'uomo... dalle nuvole nel mito... dalle impalcature oggi; da sempre infatti, egli deve guadagnarsi il pane innaffiando l'ingenerosa terra con il sudore della propria fronte, se non con il sacrificio del sangue, e trovare edulcorati motivi consolatori alla sua condanna.
Il tema del lavoro (oggi quanto mai attuale), è stato pure oggetto di speculazioni filosofiche in passato... nella rielaborazione marxiana, esso, è alienazione da se stessi, se tutti gli altri animali, infatti, dedicano il loro tempo eminentemente ad attività nelle quali si sentono appagati o rigenerati, la stragrande maggioranza degli uomini lotta invece per avere un lavoro (possibilmente a tempo indeterminato, come la condanna divina del resto...) e conservarlo. Esso gli consente di occupare uno "spazio", di cui egli ha bisogno vitale nella Società in cui si rapporta con i suoi simili, ma in realtà in esso, nel "Dio lavoro", secondo la visone di Marx, perde del suo.
L'uomo, animale anomalo, "scimmia malata" (citando Miguel de Unamuno), lavora... ma solo in vista di un futuro meritato riposo; in vista di un tempo in cui potrà dedicarsi ad altre attività, le più svariate, nelle quali si senta davvero rigenerato, appagato, ma alle quali, in realtà, non potrà che dedicare un'infima percentuale della propria esistenza!

L'uomo è doppiamente sfortunato, in quanto non solo muore, per così dire, "di vivere", come del resto tutti gli altri esseri "viventi"... ma muore anche "di lavorare", immolato da qualche "demone" sull'altare del "Dio lavoro". Egli è vittima sacrificale, in un mondo in cui l'uomo qualunque è sempre più "fatto per lavorare" piuttosto che un qualunque lavoro "fatto per l'uomo"...
In un mondo in cui non c'è spazio per le emozioni, per i sogni, per il pensiero... per ogni cosa "non concreta"...
C'è ancora spazio per l'uomo?!?


5 commenti:

Giacomo ha detto...

Tema assai interessante, anzi direi fondamentale, per questo è tanto più sconcertante il silenzio di riflessione che lo caratterizza in questo nostro tempo. Attenzione però, per Marx il lavoro non è in sé alienazione, anzi: lui lo considerava addirittura come l'essenza dell'uomo, ciò che lo contraddistingue dall'animale, ma in senso eminentemente positivo; nella sua visione, il problema stava invece tutto nel lavoro reso merce, nello sfruttamento del lavoro da parte del capitale: a quel punto sì che secondo lui scatta l'alienazione, anche perché il lavoratore risulta effettivamente privato (alienato) del prodotto del proprio lavoro. Si può allora essere d'accordo che il punto cruciale non sia tanto una generica "condanna" del/al lavoro (che peraltro puzza pure un po' di catechismo: "ti guadagnerai il pane col sudore della fronte!") quanto il porre le condizioni sociali affinché il lavoro sia fattore della dignità dell'uomo e non della propria alienazione. A questa visione allude di certo anche il primo articolo della nostra lungimirante costituzione (che più la sia comprende più sembra quasi impossibile che sia stata davvero concepita e realizzata in questo nostro sciancato paese; non per nulla ad oggi resta, nel migliore dei casi, lettera morta). Quindi credo che il primo imprescindibile dovere di una politica finalmente degna di questo nome (se vogliamo, definiamola anche "di sinistra", ma non è questo il punto decisivo) sia di tornare a parlare di dignità del lavoro, e ad agire perché i propri discorsi non restino soltanto tali. La mercificazione del lavoro e l'asservimento alle logiche del puro e semplice profitto monetario stanno raggiungendo livelli intollerabili, e pare nessuno se ne accorga per davvero. Le conseguenze sul piano umano di questa situazione sono, credo, spaventose e terribilmente ampie, fin dove non ci si aspetterebbe. Sul piano di azione politica più diretta, poi, alla battaglia sulla dignità del lavoro andrà necessariamente affiancata quella sulla drastica riduzione del tempo di lavoro, dal mommento che le condizioni materiali per farlo ci sono tutte; anche di questo, nessun sindacato o altro organismo che ne parli, tutti a piegare sempre più di qualche grado la schiena chiamando al "sacrificio". Mi pare davvero assurdo. A questo punto per forza ci si sente asserviti. Soltanto che a fare discorsi del genere passi pure per lo snob fancazzista che può permettersi di fare i suoi castelli in aria perché non deve "guadagnarsi il pane". Ma è proprio chi per guadagnarsi il pane non ha più nemmeno la possibilità di pensare a qualcosa di diverso che in realtà trarrebbe i maggiori benefici da un drastico cambio di rotta, invece di darsi al leghismo di turno. Se "un'internazionale del lavoro" stabilisse che si lavora quattro ore al giorno, forse potremmo davvero pensare di diventare persone migliori, coltivando noi stessi nel resto del nostro tempo. Ma il fondo monetario internazionale, il WTO, quelli ci sono e funzionano eccome, mentre di diritto del lavoro internazionale pare non ci sia necessità. Che tristezza.

Spero che tutto ciò che ho scritto non sia proprio solo aria fritta.

Cilions ha detto...

Giacomo sei magnifico... leggere certe cose mi fa sentire meglio :)

...ma poi leggo di Sergio Marchionne e delle sue proposte ABOMINEVOLI e mi viene voglia di lasciare questo paese!!!

Giacomo ha detto...

Mi fa piacere essere stato apprezzato...;) ora vedremo il buon Marchionne salvatore della patria cosa deciderà di fare...

Alex ha detto...

Per fortuna c'è anche chi si realizza nel lavoro.
Per molte persone invece il realizzarsi è qualcosa che non concepiscono neanche perché vivono così senza motivo seguendo i "dictat" della società.
Quella cui tu ti riferisci coinvolge una minoranza di persone con un minimo di intelligenza che fanno un lavoro che li consuma...
Mia nonna è vissuta per lavorare (per la famiglia) e oltre a quello essa non esise, ora che è sola lentamente si consuma...
non ha mai concepito di esistere per qualcos'altro!

Cilions ha detto...

Grazie Alex...